Odio ergo sum

Le origini della crudeltà digitale

Acquaviva - venerdì 29 agosto 2014
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«Perché tanto odio?» Anche se non hanno mai letto la mitica rivista a fumetti Totem, questa è la domanda ricorrente che sempre più persone si fanno. Sui Social, infatti, imperversano i linciaggi virtuali. Ultimi casi quello di Zelda, figlia di Robin Williams, sommersa da macabri fotomontaggi fino a dover abbandonare Twitter, e quello di Guido Baldoni, figlio di Enzo (il giornalista ucciso in Iraq dieci anni fa), vittima di un violento attacco stavolta da parte non di anonimi hater bensì di due noti giornalisti, Christian Rocca e Guia Soncini. Il primo, direttore del magazine del Sole 24 Ore, sommerso dalle critiche ha deciso di autosospendersi da Twitter, ma la seconda continua indisturbata a sbeffeggiare tutto e tutti, posseduta da un odio smisurato verso l’universo mondo. Eppure “La Soncini” (i fan la chiamano così) gode di un enorme seguito e forse proprio questo è il nocciolo del problema.

L’odio, infatti, piace: attira like e follower come il miele. È questo che vuole tanta gente sui Social: il massacro della vittima sacrificale di turno, capro espiatorio di frustrazioni e rancori più o meno inconfessabili. Come ai tempi dei giochi gladiatori, la plebe brama il sangue. E l’ideologia positiva del Like (su Facebook non esisterà mai il tasto “Non mi piace”) si muta nel pollice verso degli hater, bulletti digitali a caccia perenne di nuove prede da mettere alla gogna per il pubblico ludibrio. E tanto più sono sacre e intoccabili, meglio è.
Del resto il giornalismo militante, la politica urlata, i tanti manuali in libreria lo dicono chiaro e tondo: la stronzaggine è stata sdoganata. Essere cattivi equivale a essere fighi e intelligenti, mentre ogni forma di empatia e gentilezza è buonismo da sfigati. Per fare i brillanti bisogna disprezzare tutto ciò che sembra buono, giusto e vero. Siamo passati dalla libertà di espressione alla libertà di soppressione, e la società sta scivolando verso l’anarchia generalizzata dell’homo homini troll.

Forse la parola chiave per comprendere questo fenomeno è livore, un mix esplosivo di invidia e rancore, generato dalla crisi economica ed esistenziale della nostra generazione. C’è chi reagisce al drammatico downshifting delle proprie ambizioni con una decrescita dell’ego e una ritrovata serenità e chi ricorre invece al bullismo telematico per sfogare il proprio immenso livore.
Per i cinici à la page, gli aspiranti guru che trasudano sarcasmo, tutto è frivolo, tutto va sminuito e abbassato al proprio (infimo) livello per poterci sputare su meglio. Viviamo sotto l’egemonia del cinismo, con la stronzaggine diventata ideologia che si limita a sbeffeggiare la realtà senza muovere un dito per cambiarla. Il massimo del conformismo consolatorio e autoassolutorio.

Ci sono però anche segnali di speranza, forse si sta giungendo a un punto di saturazione e comincia finalmente il rigetto verso questa dittatura del sarcasmo, nuovo pensiero unico che invece di criticare i potenti se la prende coi più deboli. Twitter ha promesso che in futuro interverrà con decisione per colpire i troll mentre per Guido Baldoni si sono indignati in tanti, gente comune e noti intellettuali. Ricordo in particolare gli splendidi interventi dello scrittore Tommaso Pincio e di Gloria Baldoni (solo omonima di Guido), che hanno scatenato un vivacissimo dibattito.
Chiudo con una citazione di D.F. Wallace: «L'ironia e il cinismo postmoderni fini a se stessi si sono trasformati da strumento di liberazione in strumento di schiavitù. L'ironia è il canto del prigioniero che è arrivato ad amare la sua cella.»

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