Ma siamo sicuri che la vita reale sia meglio della realtà virtuale?

Del perché i mondi immaginari hanno altrettanta dignità della realtà quotidiana

Acquaviva - martedì 20 maggio 2014
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Nel romanzo Player One, Ernest Cline immagina un futuro prossimo in cui la Terra è afflitta da crisi ambientali ed economiche così gravi che l’umanità preferisce passare il tempo su Oasis, un videogioco virtuale diventato mania globale. Fantascienza? Non proprio, visto che Mark Zuckerberg ha comprato per due miliardi di dollari il visore di realtà virtuale Oculus Rift proprio per realizzare un videogioco collettivo online, che coinvolga il miliardo di utenti di Facebook. E del resto già oggi Mmorpg come World of Warcraft avvincono milioni di persone, dando luogo anche a gravi fenomeni di dipendenza, per non parlare della compulsione con cui tutti noi consultiamo decine di volte al giorno i Social.
L’aumento esponenziale del tempo che dedichiamo a computer, tablet e smartphone ha generato un movimento neo-luddista, che invita ad abbandonare la morsa soffocante della tecnologia in nome di un ritorno al “mondo reale” (immaginato sempre come un prato in fiore o simili amenità bucoliche, quando poi per molti il mondo reale è fatto di grigi quartieri residenziali). Ma davvero la questione si può porre in questi termini manichei e semplicistici?

Innanzitutto Internet e i Social sono ormai indispensabili per molti lavori. Non è più pensabile poter svolgere professioni intellettuali senza connettersi alla Rete: ormai ci siamo dentro, c’è poco da fare. In secondo luogo per chi come me appartiene alla cosiddetta Generazione Bim Bum Bam, gli eroi di cartoni animati giapponesi come Goldrake o Lamù sono reali quanto i personaggi storici o i vip di cui parlano i giornali ma che non ho mai incontrato di persona. E altrettanto dicasi per i protagonisti dei videogiochi come Gordon Freeman (Half-Life) o dei serial tv come Walter White (Breaking Bad).

In realtà è proprio la nostra concezione di realtà che andrebbe rivista, almeno a partire dagli anni Cinquanta, quando la tv è entrata in tutte le case. Già a partire dagli anni Settanta il filosofo Jean Baudrillard affermava che il virtuale ha assorbito il reale, perché attraverso i media si perde il principio di realtà e diventa impossibile distinguere fra ciò che è vero e ciò che è falso. Processo che possiamo osservare quotidianamente, notando con quanta facilità le bufale vengono prese per vere su Facebook e sempre più spesso si confondono i link satirici del Lercio con gli articoli dei quotidiani “seri”.

Soprattutto non va dimenticato che, per quanto possa essere bella, la vita di quasi tutti noi è piena di frustrazioni e noia. Non tutti hanno un bel lavoro (anzi un giovane su due il lavoro non l’ha proprio), un partner sentimentale, una ricca vita sociale e così via. Il divario tra i sogni e la cruda realtà spesso è enorme e deprimente, oggi più che mai, vista la crisi.
I mondi virtuali come quelli creati dalle serie tv, dai videogiochi e dai Social rendono più interessanti e divertenti la nostra vita quotidiana, ci permettono di conoscere gente nuova con interessi simili e soprattutto ci consentono di entrare, sia pure per brevi momenti, in realtà in cui non potremmo mai vivere. Perché non ce lo possiamo permettere o perché sono completamente inventate.

Recentemente la scienza ha spiegato il motivo per cui questa immedesimazione dello spettatore e del gamer è così forte. Negli anni Ottanta il ricercatore italiano Giacomo Rizzolatti ha scoperto l’esistenza dei neuroni specchio e il loro importantissimo ruolo. I neuroni specchio si attivano sia quando una persona compie un’azione sia quando osserva la stessa azione compiuta da un altro individuo (reale o virtuale che sia). Attraverso la risonanza magnetica si è scoperto che gli stessi neuroni attivati dall'esecutore dell'azione sono attivati anche nell'osservatore della stessa azione. Ciò accade sempre, perfino nei portatori di amputazioni degli arti nel caso di movimenti degli arti. Questo vuol dire che se al cinema vedo Spiderman scalare un grattacielo nella mia mente provo (in maniera mediata) quello che sentirei se fossi davvero al suo posto e per questo lo trovo così eccitante.

I neuroni specchio sono la base biologica dell’empatia (e, per estensione, dell’intera vita sociale) e la spiegazione del motivo per cui le emozioni (positive o negative) sono contagiose. Ma il loro funzionamento ci dice anche che assistere a una scena, reale o virtuale che sia, equivale a viverla.

Parlare di una “realtà virtuale”, separata e contrapposta alla “realtà fisica”, non ha molto senso, in quanto per la nostra mente sia il mondo virtuale che quello fisico sono entrambi reali, suscitano le medesime reazioni cerebrali.

È stupido denigrare gli appassionati di telefilm o i tecnofili che passano ore su Internet come se fossero dei disadattati, perché il virtuale ha altrettanta dignità e rilevanza del reale, che spesso è brutto e insoddisfacente. Perché privarsi delle esperienze mirabolanti che oggi ci consente la tecnologia, se queste ci danno piacere e rendono più interessanti le nostre giornate?

Che ognuno scelga liberamente come impiegare il tempo, se passeggiando tra i boschi oppure vivendo emozionanti avventure “virtuali”, senza pretendere di condannare chi la pensa diversamente.

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