Flur sarà ospite questa sera dell'Oasi San Martino

Io ero un robot. Intervista a Wolfgang Flur, fondatore dei Kraftwerk

Flur sarà ospite questa sera dell'Oasi San Martino

Cultura
Acquaviva sabato 19 maggio 2012
di Davide Carlucci
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flur © flur

Se i Kraftwerk sono i progenitori della Tecnho, l’anima tecnica della band tedesca era incarnata da Wolfgang Flur. E’ stato lui a inventare la batteria elettronica, strumento che, al di là della sua fugace fortuna negli anni Ottanta, ha di fatto aperto la strada alle percussioni sintetizzate nel pop. Ha 65 anni ma i pionieri di un genere tuttora d'avanguardia invecchiano forse meglio dei rocker tradizionali. Flur oggi ha un suo progetto musicale, Yoma. E stasera (sabato) suonerà all'Oasi San Martino di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, dove si esibirà in una performance con video inediti risalenti al periodo d’oro del leggendario gruppo che, da Radioactivity a Computer World – passando per Autobahn e Trans Europe Express - ha narrato con entusiasmo heideggeriano tutte le forme di trasporto e comunicazione umane nella loro evoluzione. 

Flur, lei ha raccontato la storia dei Kraftwerk nel libro “Io ero un robot”. Come se la passa oggi un ex robot?

“Così e così. E’ bello sentirsi come un essere umano e ogni viaggio ha una sua fine. Ma erano veramente bei tempi”.

Eppure siete ancora un mito, come dimostra il successo della mostra che il Moma di New York vi ha dedicato un mese fa.

“E’ stato un evento elegante ma sarebbe stato meglio mettere in scena robot. Avrebbe avuto un impatto migliore e avrebbe riportato all’inizio della storia del gruppo”.
 

Come nacque l’idea della batteria elettronica?

“Era il 1973. Fummo invitati a uno show televisivo in Germania. Negli studi c’era già una batteria e io, nell’attesa prima di andare in onda, mi divertii a collegare i pezzi ai fili elettrici, di fatto modificandola. Era solo uno scherzo ma durante lo show le telecamere e inquadravano con insistenza quella novità e capimmo che avrebbe funzionato, che quello sarebbe stato il futuro della batteria. Così mi dedicai al perfezionamento dell'invenzione".
 

Le vecchie e tradizionali batterie acustiche, però, sono sopravvissute.

"Certo. Oggi tutto è computerizzato, oppure è tutto acustico. Ma c'è ancora chi usa le batterie elettroniche, che vanno suonate con le bacchette e per questo mantengono ancora qualcosa di umano". 
 

Immaginavate, negli anni Settanta, che avreste dato origine a un genere che quarant'anni dopo è ancora proiettato nel futuro?

"No. Eravamo giovani e spensierati. Nessuno di noi inseguiva miti. Quando però Autobahn diventò un successo internazionale, ci rendemmo conto che stavamo facendo qualcosa d'importante. Non potevamo sapere allora che saremmo diventati i pionieri della musica elettronica".
 

Nel suo libro parla di come finì il gruppo. Non accadde per l'alcol, le droghe o le donne, come nelle classiche leggende rock, ma in un modo molto tedesco, per via delle bici. Ci spiega come avvenne?

"Successe che due di noi si lasciarono prendere dalla passione per le bici - testimoniata anche dall'album Tour de France - e misero da parte la musica. Io non c'entro con quella passione: dai video di Tour de France si vede che il più imbranato in sella ero io. Si sono fatte molte chiacchiere su di noi, si è detto che eravamo omosessuali, anche perché spesso abbiamo suonato in club gay (anche a Roma, nel 1991). La verità è che le ragazze ci sono sempre piaciute. E non eravamo così freddi come apparivamo".
 

Lei ha contribuito a lanciare gruppi come i Mouse on Mars. Chi, secondo lei, oggi è in grado di tirar fuori l'umanità dalle macchine come facevano i Kraftwerk?

"Ci sono davvero tantissimi gruppi interessanti. Fra tutti i migliori sono i norvegesi Royksopp".

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