Prodotti agricoli

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

La città
a cura di Mariella Nanna
L’agricoltura costituiva nei secoli scorsi il settore principale dell’economia acquavivese e, nonostante oggi l’industria registri un maggior numero di addetti (21,3%) rispetto al settore primario (13%), l’agricoltura rappresenta ancora una voce fondamentale nell’economia del paese.

La coltura principale è quella dei cereali: la superficie destinata a tale coltivazione è di 1.942 ettari, con 512 aziende. Questa coltura si avvantaggia del terreno acquavivese, costituito prevalentemente da argille sabbiose e da sabbioni calcarei. Fra i cereali il più importante è senza dubbio il grano, che si coltiva nelle due specie: Triticum durum (grano duro), da cui si ricava la semola per le paste alimentari, e Triticum vulgare (grano tenero), da cui si ottiene la farina da panificazione.

In passato la panificazione era fatta a mano in quasi tutte le case e il pane veniva cotto nel forno a legna. Le donne si alzavano molto presto la mattina per impastare grandi quantità di farina, dal momento che il pane doveva soddisfare il fabbisogno della famiglia per un’intera settimana. Le massaie inoltre spesso preparavano la pasta in modo artigianale, facendola poi asciugare fuori al sole, usanza che si è conservata fino ai nostri giorni; ancora oggi infatti parecchie donne acquavivesi preparano la pasta in modo arigianale, soprattutto “recchietèdde” e “cavatìdde”, ma anche tagliatelle, vermicelli e fischiettoni.

Fra le colture arboree il primo posto spetta all’olivo: ben 3.566 ettari dell’agro aquavivese sono destinati a tale coltura di antichissime origini. Se ne coltivano molte varietà (la chemmùne, la ceddìne, la cìme de quaràte, l’alìe de Melosce, la cìme de Mòle, la pasòne, la paselècchie), ma quella più diffusa è senza dubbio la coratina. Se ne ricava un olio extravergine d’oliva di altissima qualità, dal sapore forte e amarognolo, ma poco acido, che mantiene intatte le caratteristiche nutritive del frutto (compresi gli antiossidanti naturali).  

Altra coltura importante è quella della vite, cui sono destinati 1.976 ettari della superficie coltivata (di questi, 2 ettari sono destinati alla produzione di vini DOC e DOGC). Quella dell’uva è una coltura che affonda le radici in tempi antichissimi della nostra comunità, come dimostra il rinvenimento in contrada Salentino, dove gli scavi archeologici hanno portato alla luce un insediamento apulo risalente al V-IV sec. a.C., di numerosi recipienti adibiti alla conservazione del vino.

Nel secolo scorso la vendemmia era un rito al quale partecipavano parenti e amici e persino i più piccoli venivano coinvolti. Una parte dell’ottimo vino primitivo prodotto era destinata al consumo dei proprietari, il rimanente veniva venduto alle cantine, dove la vendita del prodotto era segnalata per mezzo di un ramo di ulivo posto sull’ingresso a mo’ d’insegna. Famose ad Acquaviva erano le cantine de Bellìne, de Carminìdde, de capebànne Romanèlle.

Nei primi anni del ‘900 la produzione vinicola subì un arresto a causa dell’epidemia di filossera, che mise in crisi l’intera viticoltura europea. Tale epidemia fu importata in Europa da coloro che erano emigrati in America, i quali ritornando in patria portarono con sé i tralci, risultati poi infetti, di vite americana, che usarono per fare gli innesti. Successivamente, per rimediare ai danni creati dall’epidemia, si seguì il metodo del “porta innesto”: si impiantarono nuovi vigneti utilizzando la “barbatella”, un selvatico della vite americana, sulla quale dopo 2 o 3 anni si innestava l’uva della varietà desiderata. Ciò favorì la diffusione del commercio della barbatella ad Acquaviva.

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