Dal 1920 ai nostri giorni

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

La città
a cura di Mariella Nanna
Dopo il fallimento dello stato liberale che travolse il partito socialista e quello popolare, prese piede in Acquaviva l’ideologia fascista, che trovò terreno fertile nello scontento di tutti. Nel 1926 alle elezioni amministrative vinse la lista fascista. Furono accantonate dal nuovo governo le antiche battaglie politiche e amministrative a difesa dei diritti della collettività, come quella della rivendicazione dell’ospedale Miulli, sia perché non giovava all’immagine del nuovo regime intraprendere una battaglia dall’esito incerto, sia perché il nuovo governo stabilì col clero rapporti amichevoli, favoriti in verità dalla presenza all’amministrazione del Capitolo Palatino di uomini onesti e integerrimi.

A causa della stagnante crisi economica, che investì gli Stati Uniti e di conseguenza l’intera Europa, l’amministrazione comunale di Acquaviva fu costretta a mettere in vendita i locali dell’ex-caserma Umberto I, il Teatro Nuovo, i locali a pianterreno del Palazzo Municipale.
L’emigrazione all’estero rallentò, ma fu incrementata quella interna dal sud al nord: molti concittadini infatti si trasferirono nelle regioni settentrionali per trovare lavoro nelle nascenti fabbriche.

Nel 1933 l’amministrazione comunale di Acquaviva diede inizio alla campagna per l’incremento delle nascite secondo le direttive emanate dal governo fascista: fu istituito un apposito comitato che doveva provvedere all’erogazione di contributi per tutte le coppie che si sposavano durante l’anno.

La maggior parte degli italiani, compresi gli acquavivesi, suggestionati dalla retorica fascista, accolsero con entusiasmo l’entrata in guerra dell’Italia. Fortunatamente la posizione geografica del paese e di quelli vicini li preservò da episodi particolarmente disastrosi. Alla notizia della caduta del Duce, gli acquavivesi, che fino ad allora avevano dato prova di assoluta fedeltà al regime, si ravvidero e presero ad abbattere tutto ciò che ricordava il regime; si tentò persino di cancellare le scritte fasciste sui muri, sui tombini dell’acquedotto, sulle fontane. Dopo la fine della guerra ci si dedicò alla ricostruzione materiale del paese grazie agli aiuti forniti dagli alleati e alla ricostruzione morale e psicologica della popolazione, che andava educata ai principi democratici. Fu approvato il progetto per la costruzione delle prime case popolari sul suolo del campo sportivo situato sul Convitto; fu istituito l’Ufficio del Lavoro e fu progettata la ricostruzione del Teatro Comunale di piazza Vittorio Emanuele II.

Superati gli anni post bellici, si registrò ad Acquaviva, come nel resto dell’Italia, una sensibile ripresa economica, al punto che molti abitanti dei paesi limitrofi, soprattutto Santeramo, fornirono manodopera al nostro paese. Il decollo delle piccole e medie imprese, in particolare nel settore della manifattura tessile e dell’abbigliamento, favorì lo sviluppo edilizio con la costruzione di nuovi quartieri: quello di S. Domenico, quello di via Speranza, quello del Giardino del Duca. Qualche difficoltà si avvertì nelle campagne, dove c’era carenza di manodopera, attratta dalla più remunerativa attività edilizia, e dove si avvertirono le conseguenze delle rivendicazione salariali dei braccianti.

Fu attuato in questi anni un programma di opere pubbliche e sociali davvero impressionante: la costruzione dell’asilo infantile in piazza Garibaldi, la sistemazione della villa comunale nella stessa piazza, la creazione di nuove strade laddove si sviluppavano nuovi quartieri. Nel settore agricolo si costituì una cooperativa fra gli agricoltori vitivinicoli per la costruzione della Cantina Sociale, che apportò un notevole contributo economico consentendo la vendita a prezzi remunerativi di uve in passato svendute a stabilimenti privati.

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