Dominazione borbonica e Regno d’Italia

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

La città
a cura di Mariella NannaMariella Nanna
Durante il dominio borbonico si diffusero ad Acquaviva, come nel resto dell’Italia, i valori della democrazia e della libertà, accolti dal popolo con grande fervore. Si costituì una setta segreta denominata “I proseliti di Catone”, che annoverava fra i suoi aderenti professionisti, artigiani, contadini ed era solita riunirsi nei sotterranei del convento dei francescani nella chiesa di S. Maria Maggiore. Le loro azioni furono prevalentemente sovversive e si tradussero soprattutto in scritte murali contro il governo borbonico.

Nel 1831 fu creato il “decurionato”, cioè un comitato eletto dal popolo, che aveva la funzione di garantire l’ordine pubblico, di gestire i patrimoni fondiari appartenenti al comune e di occuparsi della gestione finanziaria delle entrate. Alla carica di capo del decurionato (attuale sindaco) fu eletto Francesco Stella.

Nel 1837 sopraggiunse un’epidemia di colera a sconvolgere la vita cittadina: molti corpi furono seppelliti in fosse comuni nella chiesa di S. Domenico. Il questo periodo il prezzo del vino subì un notevole aumento, poiché era credenza diffusa che questa bevanda preservasse dal contagio. L’azione della pubblica amministrazione, volta ad impedire atti di sciacallaggio ed accaparramento dei viveri, fu rigorosa.

Costituitosi il Regno d’Italia, il divario sempre maggiore fra i ceti abbienti e quelli popolari suscitò sentimenti anarchici e di rigetto delle garanzie democratiche, risultate deludenti per il progresso del proletariato. Si ebbero perciò delle dimostrazioni di piazza: masse di proletari, armati di scuri, zappe e falcioni, si radunarono nella piazza del Municipio rivendicando l’assegnazione delle terre demaniali e tentarono di occupare i terreni del bosco di Santacroce, appartenenti ad un ordine religioso.

Intanto la città si espandeva e nel 1861 fu approvato il primo regolamento edilizio, che delineava la struttura urbana della città (le nuove arterie, i marciapiedi, l’altezza delle logge). Nello stesso consiglio comunale si deliberò di aggiungere “delle Fonti” al nome di Acquaviva.

Una questione che spesso veniva dibattuta durante i consigli comunali riguardava la gestione dell’ospedale Miulli: più volte il consiglio aveva denunciato alle autorità superiori gli abusi e le nefandezze amministrative compiute dal governatore dell’ospedale, l’abate Luigi Maria Pellegrini, e dagli altri amministratori. Lo stesso regolamento dell’opera pia fu posto sotto accusa, in quanto tollerante del malgoverno e discriminante nella fissazione dei criteri per il ricovero degli ammalati.

Un’altra questione spinosa spesso dibattuta in consiglio riguardava la cattiva amministrazione delle cappelle annesse alla chiesa palatina, la cui proprietà gli acquavivesi rivendicavano. Grazie all’azione dell’onorevole Pietro Nocito, rappresentante di Acquaviva, ma non acquavivese, il governo stabilì che i beni immobili della chiesa palatina fossero concessi ai contadini in enfiteusi, cioè in godimento, ma non in proprietà, e con il diritto di riscatto.

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