XVII- XVIII secolo: dominio dei de Mari

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

La città
a cura di Mariella Nanna
Morto Alberto nel 1597, il marchesato di Acquaviva fu ereditato dal primogenito Giosia, che fu l’ultimo feudatario di casa Acquaviva. Oberato dai debiti contratti dai suoi predecessori eccessivamente prodighi e liberali, fu costretto a vendere le terre di Acquaviva e Gioia, che passarono al marchese di Civita S. Angelo Paride Pinelli.

Alla sua morte nel 1623 si accese un’aspra controversia fra i successori, dal momento che Paride Pinelli non aveva figli. Finalmente nel 1623 Acquaviva e Gioia furono concesse a Benedetta, sorella di Paride, la quale però non poté prendere possesso del feudo poiché i creditori di suo fratello imposero la vendita delle terre per soddisfare i loro crediti.

Per mancanza di acquirenti le terre sequestrate rimasero in potere della Regia Camera, che le diede in fitto a diversi baroni. Gli acquavivesi decisero allora di riscattarsi; inviarono a Napoli una delegazione, ma le condizioni imposte dal viceré erano troppo onerose. Decisero allora di rivolgersi direttamente al re Filippo IV, che ridusse il prezzo del feudo a 50 ducati, ma neppure questa volta si riuscì a riscattare il feudo. Riapertasi l’asta, dopo varie vicende nel 1664 Acquaviva fu aggiudicata a Carlo de Mari, marchese di Assigliano, che nel 1665 fu proclamato principe di Acquaviva.

La famiglia de Mari, originaria di Genova, dominò su Acquaviva per circa un secolo e mezzo fino all’abolizione del feudalesimo (1806), commettendo ogni sorta di soprusi con la complicità di cittadini a loro servili. Tutti i diritti conquistati dal popolo fino ad allora furono aboliti e le terre appartenenti a signorotti locali furono sottratte a questi e distribuite ai fidi del principe. Fu anche istituita una nuova tassa, il “credenzarato”, ossia la tassa sui matrimoni.

L’odiato feudatario morì nel 1697. Gli successe il nipote Carlo II e a questo, morto nel 1740, il figlio Giambattista, che governò fino al 1779 insieme al figlio Carlo III. Quest’ultimo col titolo di reggente amministrava i feudi paterni commettendo soprusi e angherie di ogni genere al punto che nel 1776 il re Ferdinando impose al principe di trasferirsi a Napoli per almeno dieci anni; tuttavia dopo appena tre anni, grazie all’intervento di autorevoli dignitari presso la corona, Carlo III ottenne la grazia di tornare in Acquaviva.

Si racconta che al suo rientro in città il principe volle collocare sul palazzo De Mari dei mascheroni, cioè delle rappresentazioni grottesche di volti mostruosi o fantastici, rivolti essenzialmente contro il clero e tutti i cittadini che avevano provocato il suo allontanamento da Acquaviva. Si tratta semplicemente di una tradizione popolare; è possibile infatti che i mascheroni avessero una funzione esclusivamente decorativa. Con Carlo III si conclude la serie dei baroni di Acquaviva, in quanto una legge del 1806 abolì il feudalesimo.

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