La sentenza

"Cie è danno all'immagine di Bari" il Giudice condanna il Governo

La sentenza è stata pronunciata su ricorso degli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, che hanno agito "in sostituzione" del Comune e della Provincia di Bari

Cronaca
Acquaviva sabato 12 agosto 2017
di La Redazione
migranti
migranti © n.c.

La presenza del Centro di identificazione e espulsione a Bari reca un danno di immagine al Comune "in conseguenza dei trattamenti inumani e degradanti praticati in danno dei detenuti". Questo il motivo che ha portato la prima sezione civile del Tribunale di Bari ha condannare la Presidenza del Consiglio e il ministero dell'Interno a versare un risarcimento di 30mila euro. La sentenza è stata pronunciata su ricorso degli avvocati Alessio Carlucci, nostro concittadino, e Luigi Paccione, che hanno agito "in sostituzione" del Comune e della Provincia di Bari. “È una decisione che non ha precedenti in Europa", dice Paccione. I due avvocati avevano chiesto anche di ordinare la chiusura del Cie di Bari, cosa già fatta a seguito di un incendio, e un risarcimento del danno "per la violazione dei diritti umani all'interno del Centro". Su questo il giudice non si è pronunciato poiché la richiesta sarebbe dovuta arrivare dai soggetti presenti nella struttura al momento del fatto.

Questo quanto scrive il giudice monocratico Concetta Potito - "Il Cie di Bari nelle motivazioni - viste le risultanze probatorie, non risulta di certo idoneo all'assistenza dello straniero e alla piena tutela della sua dignità in quanto essere umano. Il risarcimento è ritenuto necessario per via dell'ingente danno arrecato alla comunità territoriale tutta, da sempre storicamente dimostratasi aperta all'ospitalità, per via delle scelte gestionali dell'Amministrazione statale. Quest'ultima - secondo il giudice - è rimasta inerte dinanzi alle numerose segnalazioni circa le condizioni in cui versavano gli immigrati del Cie, nonché dinanzi a richieste di verifica delle condizioni igienico-sanitarie del Centro".

"il danno all'immagine si giustifica alla luce di quella che è una normale identificazione, storicamente provata, tra luoghi ove si perpetrano violazioni dei diritti della persona e il territorio che li ospita". Il giudice indica alcuni esempi: "Si pensi ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell'Olocausto - osserva il magistrato - e non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze.

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