La comunità ritrova la propria identità

L’omelia di don Domenico Giannuzzi

Attualità
Acquaviva lunedì 29 agosto 2011
di Sergio Carlucci
© Domenico Giannuzzi

Ci sono momenti in cui la parola “comunità” esprime con pienezza il proprio significato. La tragedia che ha colpito la nostra cittadina la notte tra venerdì e sabato scorsi, oltre all’immenso dolore di amici e familiari e alla costernazione di tutti, ci ha restituito la consapevolezza di far parte di una comunità. La fiaccolata svoltasi sabato sera, in un paese piombato in un silenzio surreale, ha voluto essere un abbraccio simbolico offerto ai cari delle vittime. Un gesto spontaneo di affetto verso tre figli della nostra terra che non ci sono più. I funerali, celebrati all’esterno della Cattedrale per motivi di sicurezza e per garantire al grandissimo numero di acquavivesi che vi hanno partecipato di stringersi intorno al dolore delle famiglie, sono stati un momento di solennità in cui, ancora una volta, la nostra comunità ha riacquisito il senso della propria identità. I soli posti a sedere – predisposti dall’Amministrazione comunale come misura di sicurezza, insieme alla presenza di numerosi volontari della Croce Rossa Italiana e delle forze dell’ordine – erano 460. Almeno 2000 coloro che hanno assistito alla funzione religiosa. Le parole pronunciate dal parroco, Don Domenico  Giannuzzi, hanno descritto perfettamente lo stato d’animo della nostra comunità in questi giorni di dolore. L’omelia ha offerto numerosi spunti di riflessione, toccando le corde del cuore e quelle della mente, intrecciando la fede al senso civico. Per questo motivo abbiamo ritenuto opportuno pubblicarne di seguito il testo integrale.  
 

Nessuno di noi avrebbe voluto o immaginato di trovarsi qui, in questo pomeriggio d’agosto.
Né qualcuno avrebbe potuto pensare che le parole del Vangelo, ascoltate questa domenica in tutta la Chiesa, si sarebbero rispecchiate in un evento tanto triste.

“Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi vorrà perdere la propria vita per causa ma la salverà” (Mt 16,25)

Nella sua radicalità il Vangelo non ci nasconde i bivi della nostra vita, né i pericoli da cui essa è minacciata. Perdere o salvare: tra questi due verbi Matteo racchiude la nostra esistenza e il valore essenziale del Vangelo.
Questi due verbi esprimono la bellezza e la dignità della nostra vita.
Possiamo perdere o salvare: in questo binomio si esprime il fascino della libertà. Mentre gli altri esseri sono mossi dall’istinto o dal bisogno, a noi è dato di poter scegliere se perdere o salvare la nostra esistenza.
Ma di quale vita parla il Vangelo?
Evidentemente non della vita fisica che, sottoposta alla sua fragilità, perderemo nel mistero della morte in modi e tempi che non conosciamo.
La posta in gioco è più alta! E coinvolge tutta la nostra esistenza, in tutte le nostre dimensioni: nella vita spirituale, morale, sociale, relazionale.
C’è una vita da salvare e questa vita non è solo il nostro corpo! Dobbiamo salvare la pienezza della nostra esistenza, la nostra vita interiore, ciò che dà senso a tutti gli attimi del nostro tempo, a tutti i momenti della nostra vita, a tutte le relazioni che intrecciamo.

Miei cari,
nella carne oggi abbiamo la percezione di aver perso tre giovani della nostra Città, sentiamo il dolore perché tre giovani vite sono state recise dall’albero della loro famiglia, siamo tristi perché ci sentiamo defraudati dalla violenza della morte.
Ma nello spirito oggi sentiamo risuonare l’eco della parola di Dio: “chi perde la sua vita per me la salverà”. Questa parola risuona nel nostro cuore aprendo lo scrigno delle domande fondamentali della nostra vita: per chi stiamo perdendo la vita? Cosa muove le nostre scelte? Come e perché dobbiamo vivere la nostra esistenza? Cosa possiamo fare per vivere felici? Dov’è Dio nel labirinto della nostra vita?

Queste e altre domande ritornano alla nostra mente, mentre, nel silenzio di questo giorno, accompagniamo nella preghiera tre giovani vite all’incontro con il Signore.
Le domande che ognuno di noi porta nel cuore oggi trovano una cassa di risonanza anche nella Parola di Dio che con tutta la Chiesa oggi abbiamo ascoltato.
Innanzitutto nelle parole di Geremia che, nella prima lettura, si rivolge a Dio con parole dure.
Dopo aver fatto l’esperienza del fallimento della sua missione, della durezza di cuore del popolo a cui il Signore l’aveva inviato, si rivolge a Dio con il cuore in fiamme: “mi hai sedotto, mi hai preso in giro Signore, e io mi sono lasciato prendere in giro da te…” (Ger 20,8).

Parole dure, quelle del profeta, che nonostante l’amarezza del tempo presente non può nascondere a se stesso la fiamma che lo brucia nell’incontro con Signore.
Mi viene alla mente il testo di una vecchia canzone di Vasco Rossi (era una delle mie canzoni preferite nell’adolescenza): “portatemi Dio lo voglio vedere, portatemi Dio gli devo parlare, gli voglio raccontare di una vita che ho vissuto…”
E di questo sete, di questo desiderio profondo dell’animo abbiamo sentito un richiamo nel salmo: “Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia” (sl 62)
Anche questa preghiera non è così diversa dalle nostre: “di te ha sete l’anima mia”.
Chi di noi non ha provato questa sete? Questo bisogno di felicità, di pace, di senso?
Dio ci ha creati con una sete che non si estingue, con un bisogno che non trova pace, con un anelito che non trova soddisfazione.
E oggi, ancora più che ieri, questa sete riaffiora nelle nostre menti e nel nostro cuore.
Un bisogno di senso, di pace, di verità.

Il grande S. Agostino, di cui oggi facciamo memoria, ce lo ricorda in una delle sue preghiere più belle:
“tardi di amai, bellezza tanto antica e tanto nuova.
Si, perché tu eri dentro di me e io me ne stavo fuori.
Lì ti cercavo, io deforme,
mi gettavo sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me,
ed io non ero con te. […]
mi illuminasti,
e il tuo splendore dissipò la mia cecità.
Diffondesti la tua fragranza e respirai
E ora anelo verso di te.
Ti gustai
Ed ebbi fame e sete di te;
mi toccasti,
e arsi del desiderio della tua pace”.


In questa meravigliosa piazza, all’ombra della Chiesa madre, oggi siamo insieme un po’ delusi, po’ confusi, un po’ assetati.
In questa piazza siamo insieme l’uno accanto all’altro in un abbraccio misterioso, debole, povero.
Questa notte, mentre pregavo, non potevo non pensare ai giovani della nostra Città.
Nella mia mente sono ritornati gli sguardi, i volti, i gesti che, in queste ore, lasciavano trasparire domande, pensieri, paure, confusione.
Vorrei rivolgere a loro un pensiero.

Miei cari,
a volte si pensa ai giovani come al futuro di una Città: voi sarete la generazione dei futuri amministratori della nostra città, i futuri parroci, i futuri docenti o imprenditori!
Ma non vorrei pensare a voi come un’ipoteca sul futuro: penso che innanzitutto voi siete il presente! Siete il presente del nostro tempo e del nostro spazio.
Di voi abbiamo bisogno, non per pensare a una Città che domani sarà vostra, ma per vivere in una Città che oggi vi appartiene e a cui appartenete.
Siete il presente di una Città che non può fare a meno dei giovani per essere se stessa: dei loro sogni, dei loro progetti, delle loro insicurezze e dei loro errori.
C’è un virus che invecchia le nostre Città, ne atrofizza gli arti, appesantisce le relazioni, immobilizza e appiattisce le scelte.
È il virus della sfiducia e della paura.
Il virus della sfiducia ci atrofizza nelle relazioni con gli altri.
Il virus della paura ci atrofizza nella relazione con noi stessi.
Questo virus si trasmette per contagio da una generazione all’altra, da un gruppo a un altro, da un amico all’altro: passa attraverso le voci di chi continua a muovere l’aria con la polemica fine a se stessa, attraverso i sospetti, le paure, le sfiducie che vengono fuori da volti mascherati che non hanno il coraggio di assumersi le responsabilità del loro pensiero; si intrufola nelle calunnie, nelle lettere anonime e nelle minacce; indossa la maschera della presunzione, di un falso nome su facebook, di una voce anonima.
Il virus della sfiducia e della paura entra nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre chiese, nei nostri computer e ci convince che “non ne vale la pena sognare, scommettere sulle proprie capacità, che non serve cambiare, lottare, credere in qualcosa”…  e così una Città invecchia, perde l’entusiasmo, si accontenta delle cose già fatte, si chiude in se stessa e non cresce.
Il virus della paura ci incatena con il sospetto del giudizio, amplifica le nostre solitudini e mortifica i nostri sogni. Il virus della paura non ci fa uscire di casa, ci fa fare i “fatti nostri”, ci fa vivere alla giornata e ci appiattisce sulle piccolezze.
Ma come questo virus può passare da una generazione all’altra? Ci sono antidoti? Vie di guarigione?

Quando parliamo dei giovani non possiamo lavarci le mani pensando che le loro paure, le loro fughe, le loro domande siano altra cosa rispetto alle nostre scelte!
Se una generazione pensa a salvare se stessa, perderà l’altra.
Se gli affitti delle nostre case continueranno a muoversi solo sull’onda del profitto e del guadagno, le generazioni più giovani si allontaneranno dalla nostra Città; se ci faremo trasportare solo dalle logiche dell’abusivismo edilizio e dell’interesse privato, renderemo le nostre Città più brutte e, mentre una generazione penserà di salvarsi, l’altra si perderà; se pensiamo di occupare posti pubblici o di proporci per il governo di una Città solo per interessi privati o di pochi, una parte penserà di aver guadagnato, l’altra si smarrirà; se ci preoccupiamo di cercare le vie più comode per guadagnare senza lavorare imponendo tangenti, prestando con l’usura, favorendo con raccomandazioni, rischiando i nostri risparmi col gioco e la lotteria o con il consumismo apparente, una generazione penserà di essere salva, ma l’altra si disperderà.
“Chi perde la sua vita, la salva. Chi crede di salvare la propria vita, la perderà.”

Miei cari fratelli e amici, oggi ci ritroviamo su questo sagrato perché, seppur in modo confuso, crediamo che Cristo è risorto e che il desiderio di bene che portiamo nel nostro cuore può essere appagato solo dalla sua Parola, ci riunisce la certezza che Cristo è l’unica risponda alle domande fondamentali dell’uomo: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.”
Miei cari, voi non siete solo il presente e il futuro della nostra Città: siete anche il futuro e il presente della nostra Chiesa.
Non abbiate paura di scegliere di essere cristiani, di continuare a cercare e, se necessario, di andare contro corrente.
La via cristiana non è semplice, passa dalla porta stretta delle nostre scelte: ci chiede continuamente di scegliere e di mettere in discussione la nostra vita.

In questo tempo in particolare, dove ci sembra che la Chiesa viva come la piccola barca dei discepoli in un mare in tempesta, non è facile restare nella Chiesa.
Lo sappiamo, a volte, alcune notizie o alcuni atteggiamenti potrebbero scoraggiarci, invitarci a chiuderci in noi stessi... ma il Vangelo vale molto di più!
Il desiderio di salvare la nostra vita ci permette di cogliere anche le debolezze umane come un riflesso della grazia di Dio.
La chiesa non può che desiderare di essere giovane, ha bisogno dei giovani, non perché le serva una manodopera o perché vorrebbe investire nel futuro.
La chiesa ha bisogno dei giovani perché altrimenti non sarebbe se stessa. Noi abbiamo bisogno di voi!
Non è facile, lo so benissimo, andare controcorrente, guardare le cose dall’altro piuttosto che dal basso, sognare piuttosto che lamentarsi.
Voi siete la generazione che necessariamente dovrà fare un salto di qualità, invertire la rotta, dare una sterzata a uno stile di vita che non sempre ha “salvato” l’uomo.
Tutto questo potrebbe fare paura: è più facile lavorare continuando nel solco tracciato da chi è prima di noi piuttosto che iniziare a rompere le zolle; è meno faticoso arredare una casa che metterne le fondamenta.

Oggi è il tempo in cui dobbiamo guardare all’essenziale, non possiamo permetterci più di sprecare la nostra vita, il nostro tempo, le nostre risorse. Non perché è sulle nostre spalle una crisi economica internazionale, ma perché è la nostra coscienza a chiedercelo. Che grande sfida ci chiede il nostro tempo!
Una sfida che potrebbe farci paura e spingerci verso i campi paludosi della polemica, dello sconforto, della lamentela fine a se stessa. In queste strade altri ci sono già passati e, purtroppo, ancora camminano.
Ma a noi tutto questo non basta!

Oggi abbiamo bisogno di uomini veri! Non di superuomini che non sbagliano mai, che sono sempre pronti a dire la loro sugli altri, che hanno subito la ricetta pronta! Di uomini che sanno che il tempo “perso” per la preghiera e la carità è un tempo che ci salva.
Abbiamo bisogno di uomini che sognano ad occhi aperti, che amano la propria Città al di là dei propri interessi, che vivono e godono per il bene comune al di là delle proprie gratificazioni.
Abbiamo bisogno di cristiani veri, entusiasti, che non hanno paura di rischiare o anche di rimanere soli.

Un ultimo pensiero desidero rivolgere alle famiglie che piangono i loro figli.
Vorrei solo dirvi grazie per averci dato la possibilità di stringerci in questo misterioso abbraccio.
Grazie per averci fatto entrare nella vostra casa condividendo il vostro dolore.
Grazie perché avete permesso alla nostra Città di sentirsi una grande famiglia. Ne avevamo bisogno.
Quando una parte del corpo soffre, tutto il corpo soffre con lui.
Quando una parte del corpo spera, tutto il corpo spera.
Quando una parte del corpo ama, tutto il corpo ama.
In questi giorno non solo con voi soffriamo, ma con voi anche speriamo e amiamo.
Nel leggero vento di questo pomeriggio assolato, cogliamo la presenza misteriosa di Dio in cui tutti ci ritroviamo.
Possa il Signore illuminare i nostri cuori per farci comprendere a quale speranza siamo chiamati. Amen

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